• lunedì 3 Ottobre 2022 20:35

 

Quando la politica diventa una rissa da taverna, con la T minuscola, allora si arriva a questo punto”: l’ironia di Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, anticipa una visione più o meno comune a tutto il centrodestra: dopo lo strappo grillino (“siamo nelle mani della Taverna, con la T maiuscola stavolta”, chiosa ancora Gasparri) sono davvero scarse le possibilità che Draghi ripensi alle dimissioni.
Le convergenze delle tre anime del centrodestra però terminano sostanzialmente qui. Ammesso che mercoledì si finisca per chiudere questa esperienza di governo, da una parte Fratelli d’Italia ritiene necessario tornare al voto e subito. Dall’altra, la Lega e i forzisti sono meno oltranzisti: “l’agenda politica, dal PNRR alla crisi Ucraina, è ancora tutta lì, la stessa di un mese fa”. In più, a partire da settembre c’è da mettere mano alla finanziaria.
Per cui, sempre Gasparri, “Forza Italia è un partito responsabile al servizio del Paese. Forse sarebbe bene fare la finanziaria e poi al voto, a quel punto a dicembre”. Ma questo significherebbe, senza Draghi, un’altro Premier. “Si parla di Daniele Franco”, attuale ministro dell’Economia. Ma siamo ancora ai pour parler. Lato Lega, dove nessuno parla ufficialmente, c’è condivisione sull’esito finale della crisi politica: “i grillini si sono infilati in un angolo da cui non sanno uscire”, il sottinteso è “senza perdere la faccia” ma l’ipotesi di fare prima la finanziaria e poi il voto non riscuote entusiasmi. Ma non viene neanche del tutto scartata a priori: rimane una probabilità cui si crede poco ma “la politica italiana ci ha abituato a giravolte di ogni genere”.
Come non riscuote entusiasmo e successo la tanto ventilata lista unica di Lega e Forza Italia, specie se la crisi precipitasse e si votasse ad ottobre: troppo poco tempo per far digerire all’elettorato una novità del genere. Già in passato le fusioni dell’ultimo minuto non hanno funzionato, tipo Gianfranco Fini quando imbarcò Mariotto Segni e finì in un mezzo disastro. Per di più, un voto ad ottobre significherebbe una campagna elettorale dimezzata, con agosto di mezzo. Altro discorso se, invece, si votasse più in là, dicembre o, meglio ancora, a scadenza naturale di legislatura. Allora l’ipotesi di un’aggregazione unica fra leghisti e forzisti potrebbe tornare a essere una novità su cui lavorare.
Chi invece non ha proprio alcuna intenzione di fare aperture a governi di fine legislatura è Fratelli d’Italia che, con la Lega, condivide un pezzo di analisi: “Il problema ce l’ha il Pd: Letta pensava di avere un alleato. Ora non ha più nessuno e al voto ci andrà da solo o quasi”. Se il capogruppo di FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida, non ha dubbi (“l’instabilità è dovuta all’inaffidabilità di alcune forze politiche che raccontano una cosa ma, quando entrano nel palazzo, ne fanno un’altra. Il centrodestra ha ragione di essere solo se alternativo alla sinistra progressista e al M5S. Auspico che non si arrivi ad un altro intruglio di palazzo solo per preservare le poltrone di chi le occupa, il ritorno alle urne è una necessità”), più articolata è la posizione di Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera: “La Forza Italia delle origini non era certo un partito del moderatismo. Quando si fa campagna elettorale quello che conta sono i programmi e le idee anche perché i candidati noti i cittadini si contano sulle dita di una mano”. Solo che il prossimo Parlamento non sarà più composto da 630 deputati e 315 senatori ma saranno 400 a sedere alla Camera e 200 a Palazzo Madama con il rischio che le componenti più moderate dei vari partiti restino fuori: “Per questo conta il messaggio ai cittadini necessario a portarli alle urne”, chiarisce Rampelli.

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