• mercoledì 1 Febbraio 2023 16:40

IL FOCUS

Vent’anni di promesse e sempre il solito leit motiv utilizzato dalle amministrazioni che si sono succedute a Roma: “superare i campi rom”. Formula politicamente corretta per annunciare lo smantellamento degli insediamenti senza interventi eclatanti di ordine pubblico, provando a collocare gli occupanti in case del patrimonio pubblico e a integrarli nel tessuto urbano. Ma i risultati – come dimostrano gli otto insediamenti ancora presenti nella Capitale – sono stati sempre minori rispetto agli impegni. Per esempio, nell’era Veltroni finiscono al centro delle cronache dei giornali i “villaggi della solidarietà”, nome dato dall’allora sindaco agli accampamenti attrezzati per i nomadi. E in quegli anni, dopo la tragedia di Giovanna Reggiani nel 2007, aggredita e poi gettata in fin di vita in una scarpata limitrofa al borgo artigiano di Camposampiero, il tema diventa a livello politico totalizzante, non soltanto appannaggio del centrodestra. Non a caso il suo successore, Gianni Alemanno, impronta la campagna elettorale vincente del 2008 sullo smantellamento dei campi rom Casilino 900, Casilino 700, più una miriade di piccoli sgomberi. Poi, a rimescolare ogni intento, la tragedia dei quattro fratelli deceduti nel rogo di una baracca di plastica e cartone sull’Appia Nuova. Tanto Veltroni con i “villaggi” quanto Alemanno con la tolleranza zero promettevano di risolvere il problema dei nomadi sia in ottica sociale sia in ottica sicurezza. Le cose sono andate diversamente.
Con Ignazio Marino al Campidoglio va avanti la politica degli sgomberi, specialmente di piccoli e medi insediamenti. Poi il sindaco, davanti alle telecamere di Announo su La7 nel novembre del 2014, sposa la tolleranza zero: «Io sono assolutamente per la chiusura dei campi Rom: o si mantengono da soli e lavorano o se ne vanno. Non è accettabile spendere milioni di euro per tenere le persone in veri ghetti». Ma a questi propositi finisce per rispondere Francesca Danese, assessore ai Servizi sociali dal dicembre 2014, che invece propone di impiegare i rom per la raccolta differenziata, sfruttando «le loro competenze e abilità: loro sono molto bravi nel recuperare nei quartieri i rifiuti e i materiali in disuso». Disarcionato Marino, il prefetto Francesco Paolo Tronca, nei suoi sei mesi di commissariamento in Campidoglio e anche sull’onda dell’inchiesta Mondo di Mezzo, torna al pugno di ferro, con controlli serrati a Castel Romano, Lombroso, Salone, Candoni, La Barbuta e Gordiani.

GLI ULTIMI ANNI

Altro sindaco, Virginia Raggi, e altro giro di sgomberi e promesse. Con polemiche. La Barbuta, Camping River, Schiavonetti, Foro Italico sono alcuni dei nomi dei campi chiusi con il piano rom che porta il suo nome. Ma arrivano anche le polemiche sulle case popolari date ai nomadi: come nel caso di Casal Bruciato, con le contestazioni da parte di Casa Pound, per la legittima assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia bosniaca di 14 persone. E arriviamo all’era Gualtieri: per comprendere i progetti dell’attuale giunta dovremmo aspettare l’autunno, quando l’assessore al Welfare, Barbara Funari, avrà concluso il lavoro del tavolo di co-programmazione con 16 associazioni del sociale e potrà presentare ai suoi colleghi misure per facilitare l’inserimento dei nomadi. Tradotto, accesso a una casa stabile, alla sanità pubblica, alla formazione-lavoro e alla scuola per i più piccoli per allontanarli dalla delinquenza. Un programma molto ambizioso tanto che Funari non nasconde «che ci vorranno almeno tre anni per realizzarlo, anche utilizzando al meglio i fondi che il governo metterà a disposizione». Pochi i primi concreti finora: per esempio, è tornato al dipartimento Ambiente la competenza sulla bonifica alle discarica abusive negli insediamenti, mentre è di fatto fallito il bando – ereditato dalla giunta Raggi – il bonus da 10mila euro per convincere i proprietari privati ad affittare una casa ai nomadi.

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