• martedì 28 Settembre 2021 00:28

Un crepuscolo d’Aula sempre più incerto quello che attende Virginia Raggi e i suoi: anche Marcello De Vito abbandona il Movimento 5Stelle cui, così, in Consiglio comunale non basterà su carta nemmeno la presenza della stessa Raggi per garantire la maggioranza alle sedute. Il computo recita che, su 49 consiglieri – 48 più la Raggi – ora 25 sono all’opposizione e 24 in maggioranza, Sindaco incluso, appunto. 

Il post su Facebook con cui Marcello De Vito annuncia e spiega il proprio addio ai 5Stelle
(fonte: https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=1652856178242882&id=100005555465774&scmts=scwspsd)

Non è che la formale uscita di De Vito dal M5S cambi poi di molto le cose: da moltissimo tempo il Presidente del Consiglio comunale è entrato in rotta di collisione prima con la Raggi – ruggini reciproche mai sopite – poi con il resto del gruppo ben prima dell’arresto e del suo coinvolgimento in una costola dell’indagine su Luca Parnasi. Scarcerato dall’arresto in carcere a inizio inchiesta dalla Cassazione con una sentenza che ha fatto a brandelli l’impianto accusatorio della Procura, De Vito era stato messo nell’angolo durante la detenzione senza che, però, venisse effettivamente espulso dal Movimento, nonostante la rodomontata di Luigi Di Maio e i voltafaccia di molti suoi presunti amici di partito. Una ferita che non si è mai rimarginata con un De Vito che, tornato a guidare l’Assemblea, ha smesso i panni di uomo di parte che, secondo le opposizioni, aveva spesso indossato prima dell’arresto, per svolgere super partes il suo ruolo di guida dell’Aula ma finendo per entrare sempre più spesso in conflitto con i consiglieri del suo partito: sulle licenze per il commercio, sull’apertura delle telecamere delle ZTL, sul rispetto delle indicazioni politiche provenienti dall’Aula, sulle Partecipate, De Vito si è scontrato sempre più duramente con i grillini. Piuttosto celebre l’alterco con il capogruppo grillino, Giuliano Pacetti, in occasione delle mozioni sulle licenze sul commercio ambulante durante il quale volano all’indirizzo di De Vito più espressioni da curva di stadio o da osteria che da Aula di un’istituzione.

A parte la girandola da record di assessori che in questi cinque anni si sono succeduti nella Giunta Raggi – il computo aggiornato all’uscita di Daniele Frongia e all’ingresso di Veronica Tasciotti allo Sport  riporta 31 avvicendamenti totali – la “granitica”, come la definì Paolo Ferrara, maggioranza di Virginia Raggi ha perso per strada cinque consigliere in cinque anni. In principio fu Cristina Grancio, oggi, per sommo contrappasso, diventata esponente del Partito Socialista; poi Monica Montella, Simona Ficcardi, Agnese Catini e Gemma Guerrini. Più il gruppetto fluido dei dissidenti, Enrico Stefàno, Marco Terranova, Angelo Sturni, Donatella Iorio. L’inversione dei numeri su carta, però, non garantisce la vittoria delle opposizioni: già in occasione delle mozioni di sfiducia a Calabrese, se la maggioranza non esiste più, non esiste neanche “una” opposizione, ma una decina fra loro non organiche e non coordinate.

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