• giovedì 30 Giugno 2022 21:17

Chiesto maxirisarcimento danni di 331 milioni a Eurnova, Roma, CPI

Messe in conto ore lavorate ai funzionari, il Politecnico di Torino, le opere pubbliche saltate

E due: dopo il doppio ricorso al Tar – uno della Eurnova di Luca Parnasi e l’altro della CPI di Radovan Vitek – contro la delibera di revoca di Tor di Valle, ora il Campidoglio “pareggia” i conti e deposita, quasi all’ultimo minuto (la scadenza era il 26 dicembre) la difesa nella causa davanti ai giudici amministrativi.
Come anticipato da Lorenzo D’Albergo sulle pagine odierne di Repubblica, l’Avvocatura capitolina ha depositato martedì il testo, 30 pagine, che contiene tanto la memoria difensiva contro il ricorso Eurnova/CPI, quanto la cosiddetta “domanda riconvenzionale”, cioè, per semplificare, la “contro causa”.

(Qui il Pdf scaricabile della delibera di Assemblea Capitolina 75/2021 di revoca di Tor di Valle)

(Qui il Pdf scaricabile del ricorso al Tar di Eurnova)

(Qui il Pdf scaricabile del ricorso al Tar di CPI Tor di Valle)

(Qui il Pdf scaricabile della memoria difensiva del Campidoglio)

TUTTA COLPA DI EURNOVA

Partiamo dall’inizio. Il testo del Comune chiama in causa Eurnova, CPI e la As Roma. A queste tre società il Comune chiede un risarcimento danni totale di 311 milioni 356 mila 733 euro e 57 centesimi e lo chiede “in via solidale o pro quota”.
Quello che spicca, leggendo le pagine, è che la As Roma è appena sfiorata dalla controaccusa del Comune. Esattamente come Eurnova e CPI si erano solo avvicinate alla Società giallorossa senza chiamarla pesantemente in causa, anche il Comune fa più o meno la stessa cosa, finendo per attribuire la parte principale della responsabilità del fallimento del progetto Tor di Valle a Eurnova.
Eurnova subisce un pignoramento nel 2018 ma non lo comunica al Comune; il Comune “sollecitava il proponente Eurnova a chiarire” come avrebbe garantito la prosecuzione del progetto dopo l’addio della Roma; Eurnova “non prospettava alcuna soluzione”; Eurnova ha “messo in campo una serie di iniziative tese non tanto ad interloquire procedimentalmente quanto – ad avviso della scrivente Amministrazione – a condizionare le scelte di singoli Dirigenti e dei singoli Amministratori chiamati a partecipare al procedimento, ad adottare pareri o deliberati, minacciando di intentare nei confronti dei singoli autonoma causa risarcitoria; note, tutte, inviate, p.c. alla Procura Regionale della Corte dei Conti (doc.ti 30-32)”.
Ancora: l’impegno a portare a termine l’opera, è “svanito nel nulla; prima il silenzio del proponente (dopo l’invio della Convenzione), le colpevoli omissioni del medesimo proponente (il pignoramento immobiliare), sino alla rottura del rapporto con A.S. Roma, all’incapacità di Eurnova di prospettare nuove configurazioni dell’iniziativa idonee a salvaguardare l’interesse pubblico”. Insomma, tutta colpa solo di Eurnova. 

SI PARTE DAL 2017

La seconda cosa che spicca nelle pagine del Comune è che la vicenda sembrerebbe iniziare nel 2017: ciò che è avvenuto nel triennio precedente non è proprio menzionato. 
E non c’è bisogno di essere Perry Mason: non è menzionato perché dimostrerebbe come da parte del Campidoglio ci siano responsabilità gigantesche per aver rallentato l’iter.

UNA MONTAGNA DI LAVORO!

In neretto e con tanto di punto esclamativo, per giustificare la richiesta di risarcimento, il Comune sostiene che il progetto ha occupato svariati tecnici e funzionari che avrebbero altrimenti potuto essere impiegati in altre attività: “una montagna di lavoro!”, appunto. E giù tabelle.
Sei incontri con la Regione per la questione ferrovia Roma-Lido di Ostia; 3 con Rete Ferroviaria Italiana per le ferrovie; 10 con la Città Metropolitana per l’unificazione della via del Mare con la via Ostiense.
Tutto questo, neanche fosse una puntata di Suits, viene fatturato.
60 euro l’ora per il vicedirettore generale, 11 sia per un funzionario amministrativo che per il funzionario tecnico per 9 ore da moltiplicare per 21 incontri. Sempre 9 ore per 21 incontri per il vicecapo di Gabinetto del sindaco Raggi che “costa” 63 euro l’ora; 56 per i direttori dei Dipartimenti Urbanistica, Lavori pubblici, Mobilità e Avvocatura e relativo personale di supporto per un totale finale di 1 milione 985 mila e spicci euro solo di riunioni.
Scrive l’Avvocatura: “La cifra non appare molto dissimile da quelle richieste dalla CPI (arrivata nel procedimento solo ad ottobre 2020 – doc. 25) a titolo di rimborso fatture; ed ancora inferiore a quella rivendicata a titolo consulenziale da Eurnova nel parallelo giudizio RG 11107/2021. Rivendichiamo comunque un danno non inferiore a quello dedotto dalle controparti a titolo di spese di consulenza e/o progettazione”.

DANNI PER LE MANCATE OPERE PUBBLICHE

L’addio al progetto ha comportato anche l’addio a tutte le opere pubbliche ad esso connesse.
In totale, secondo gli avvocati del Comune, mancano all’appello 276 milioni 706mila 348 euro e 77 centesimi di opere pubbliche.
Sono tutte quelle inserite nella versione Raggi del progetto: 46 milioni per la riunificazione della tua del Mare con la via Ostiense; 9,6 per il Parco Fluviale; 1,1 per le due aree golenali a nord e sud dello Stadio; 1,7 per i pontili di attracco delle barche; 12,3 per la messa in sicurezza dei Fossi del Vallerano e dell’Acqua Acetosa; 7 per la nuova stazione Tor di Valle della Roma-Lido; 6 per la ricostruzione delle tribune di Lafuente del vecchio ippodromo; 7 per le idrovore; e così via.

DANNO DI IMMAGINE

Ultima voce richiesta dal Comune, quella del danno di immagine che viene quantificato in 32,7 milioni di euro, cioè almeno il 10% del valore indicato dal proponente dello Stadio con la sua annessa parte sportiva (327 milioni e spicci).
Danno di immagine che il Campidoglio desume da pagine di Google e titoli dei giornali.

TUTTI I “BUCHI” DELLA POSIZIONE DEL COMUNE

Normale che il Campidoglio punti tutte le sue carte su ciò che, a giudizio degli uffici, avvalori la sua posizione. E che, quindi, di conseguenza, ometta tutto quello che quella posizione mette in difficoltà.
Per dover di cronaca, anche la domanda di Eurnova e quella di CPI contengono posizioni deboli e affievoliscono, quando non omettono, gli elementi negativi.
Ad esempio, Eurnova non fa cenno al problema di non aver notificato al Comune la perdita di possesso, per quanto temporanea fosse, delle aree di Tor di Valle a seguito di un pignoramento del 2018.
E CPI non fa cenno del fatto di aver acquistato terreni e progetto ma non la qualifica di “proponente”.
Per il Campidoglio i “buchi” principali sono almeno cinque.
Primo, la contraddittorietà nelle posizioni. Prima viene chiamata in causa CPI negandole il diritto a far causa in quanto formalmente non è società “proponente” del progetto. Ma poi le vengono comunque chiesti i danni.
Secondo: la memoria capitolina è cortissima. Non c’è traccia di quanto avvenuto nel triennio 2014-2017, non una riga sul comportamento dell’assessore Berdini; sulla inaffidabilità dell’Amministrazione 5Stelle con i suoi repentini cambi di idea; sull’utilizzo del “pubblico interesse” come un’arma impropria per ottenere dal proponente privato opere non previste da quanto uscito dalla Conferenza di Servizi. Tutte cose che hanno rallentato l’iter per mesi e mesi.
Viene messo nel conto dei danni richiesti al proponente, addirittura il costo della consulenza commissionata al Politecnico di Torino sulla mobilità. Una mobilità avvelenata dalla decisione della Raggi e dei suoi di cancellare le opere pubbliche previste nella versione originale pur di ottenere un taglio delle cubature. Per altro, il Comune dimentica che nelle stesse carte presentate in Conferenza di Servizi viene espressamente scritto da Eurnova che senza il Ponte di Traiano la mobilità privata sarebbe impazzita e che gli interventi sulla sola ferrovia Roma-Lido non sarebbero stati sufficienti a garantire un’adeguata mobilità pubblica. Carte depositate in Conferenza ma che il Campidoglio opportunamente dimentica.
Ancora: fa sorridere l’idea che il Campidoglio, dopo aver fatto per anni carne da cannone del progetto e delle sue opere contribuendo in modo fondamentale al fallimento dell’intero iter, oggi da un lato contesti il diritto de proponenti di chiedere il risarcimento danni ma dall’altro sia esso a chiedere come danno opere che sarebbero state pubbliche e che il privato avrebbe fatto al posto del Comune in cambio dello Stadio.
Infine: i conteggi delle ore lavorate dai funzionari del Campidoglio appaiono una specie di gne-gne del Comune per controbilanciare il danno chiesto dai proponenti sotto forma di fatture e consulenze pagate.
Lo stipendio comunale, quei funzionari, lo avrebbero ricevuto comunque. Anche senza il progetto Stadio e fossero pure, per assurdo, stati impegnati in una partita al solitario sui computer.

DOVE IL COMUNE HA SICURAMENTE RAGIONE

Un elemento di ragione sicuro c’è: il danno di immagine. Non è dipeso, in ultima analisi, dal Comune la decisione finale di non chiudere le carte e di rinunciare al progetto.
E questa decisione ha comunque provocato un danno di immagine. Che poi questo danno sia desumibile dalle pagine su Google è un discorso a parte.

LA ROMA “ATTO DOVUTO, SIAMO TRANQUILLI

Come al solito, non ci sono note ufficiali da parte di viale Tolstoj. Quello che filtra in via informale è che quello del Campidoglio è un atto dovuto e che non vi sono preoccupazioni sul buon esito della causa. Anzi, quanto contenuto nelle 30 pagine del Comune rafforza la decisione della Roma di non voler proseguire nell’iter di Tor di Valle.
Da evidenziare la questione del rapporto fra causa e nuovo progetto. Il nodo qui è più politico che tecnico. La Roma, quando deciderà di rompere gli indugi e presentarsi in Comune con un nuovo progetto su una nuova area, avrebbe comunque costituito una apposita società esattamente come fece Pallotta con Tor di Valle quando venne creata la Stadio TDV SpA con sede a Milano. Questo, a prescindere dalla causa odierna per salvaguardare i bilanci della società sportiva da un esborso cospicuo e all’esito molto aleatorio (come tristemente dimostra proprio la vicenda Tor di Valle).
Il nodo, quindi, più che tecnico/giuridico è politico. Le normative prevedono che un soggetto coinvolto in una causa con il Comune non possa presentare nuovi progetti fino a soluzione del contenzioso. Una nuova società aggirerebbe questo vincolo ma, appunto, lo aggirerebbe: alla fine sarebbe sempre e comunque lo Stadio della Roma anche se a presentare il progetto fosse la Società XYZ. E se c’è stato chi si è attaccato alla rane di Tor di Valle o agli assetti societari della gestione Pallotta per contestare il vecchio progetto, difficile ipotizzare che quel novero di vari comitati dei “no” in servizio permanente effettivo rimanga in silenzio.
Ma di questa storia ce ne occuperemo se e quando la Roma muoverà i suoi nuovi passi.

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