• lunedì 25 Ottobre 2021 21:48

Uno spettacolo non degno dell’Aula Giulio Cesare: questo l’esito della votazione, avvenuta poco fa, in Consiglio comunale sulla revoca del pubblico interesse alla costruzione dello Stadio della Roma.

Sedici era il numero minimo dei presenti.

Alla fine saranno solo in 17, 14 i grillini, sindaco Raggi compresa.
I grillini non sono riusciti ad assicurare neanche il numero minimo: se non ci fossero stati la presenza e i voti dei due Pd, Giulio Pelonzi e Giulio Bugarini, e di Stefano Fassina (Sinistra per Roma), non si sarebbe nemmeno potuto votare.

La Raggi archivia dunque Tor di Valle. Almeno per ora. 

La delibera votata è scritta in fretta, con svariate incognite e già da parte di Eurnova e di Vitek si annunciano ricorsi al Tar. Che, qualora questi fossero ben formulati e venissero accolti, scipperebbe in piena campagna elettorale un argomento nel già magro arsenale dell’Amministrazione uscente.

All’appello fra i grillini, quelli che ancora non hanno mollato la barca che affonda, mancano i voti di Alessandra Agnello, Francesco Ardu, Daniele Diaco, Anna Fumagalli, Cristiana Paciocco e Carola Penna.

E se per Stefano Fassina è una nota al merito aver mantenuto le proprie posizioni contrarie al progetto sin dal primo giorno, anche a costo di apparire come l’orologio rotto del noto detto, il Pd compie un mezzo suicidio politico. 

I due voti determinanti per mantenere in vita il numero legale, di fatto sono un favore alla Raggi e non una vera vittoria politica.

Per due elementi.

Primo, hai aiutato un avversario a togliere le castagne dal fuoco senza avere in cambio nulla. Hai consegnato alla Raggi una vittoria politica in cui il Pd sarà sparring partner pur essendo stato effettivamente determinante nell’approvazione dell’atto e questo perché la capacità mediatica della Raggi è superiore a quella del Pd. 

Secondo: se la delibera sarà impugnata al Tar e questi dovesse sospenderla o, peggio, annullarla, la responsabilità sarà del Pd autore delle modifiche alla delibera e che con i propri voti determinanti ha consentito di farla passare.

Pur non avendo brillato per argomentazioni, la posizione migliore, di rendita, è quella di Fratelli d’Italia che, con i propri ordini del giorno – poco più che carta straccia giuridica ma politicamente più rilevanti – ha dato sentore di preoccuparsi del quadrante anche al di fuori dello Stadio, chiedendo, sostanzialmente, che ora esso non sia abbandonato. 

Quella che si è chiusa, però, è solo la prima parte di una lunga gara.

Ora inizia quella nuova su due tavoli: la Roma che ora non potrà più tergiversare e dovrà indicare una nuova area su cui realizzare il progetto e spingere con decisione per realizzarlo, memore di una cosa che dovrebbe essere la lezione da imparare da Tor di Valle. Ogni minuto perso, ogni ritardo, ogni indecisione può costare cara. Specie con la burocrazia romana. Tutte le aree indicate fino ad ora presentano aspetti affascinanti ma una montagna di problemi. Vale per lo Sdo e Tiburtina, vale per il Gazometro, il Velodromo, l’Olimpico, il Flaminio, Teano: chi l’archeologia, chi le dimensioni, chi il traffico, chi i vincoli, chi gli espropri, per ogni area le obiezioni sono molteplici.

E la seconda potrebbe essere quella dei tribunali. Se alle lettere di Eurnova seguiranno atti conseguenti, a breve troveremo ricorsi al Tar e denunce in sede civile per mezzo consiglio comunale più funzionari e vertici politici. 

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