• venerdì 17 Settembre 2021 09:22

Due errori che si sommano fra loro e non si elidono: la Regione con il suo Piano Rifiuti 2020 tutto sbagliato e il Campidoglio con il suo “no” a qualunque ipotesi di impiantistica inseguendo prima la chimera del “rifiuti zero” e ora alla disperata ricerca di una discarica “elettorale”.
La somma di queste due incompetenze ha finito per determinare l’attuale quadro catastrofico le cui radici affondano lontane nel tempo, quando con Ignazio Marino sindaco si festeggiò la chiusura di Malagrotta senza che il Campidoglio avesse messo a punto né una soluzione al problema del dove mettere i rifiuti né un nuovo vero modello di gestione del ciclo.
Perché un elemento è evidente: occorre scegliere a monte il modello di gestione e poi si trovano le relative soluzioni. Se si insegue – come fece Marino in Campidoglio, come ha fatto la Raggi in Campidoglio e come continua a fare Zingaretti in Regione – il mito della differenziata salvifica e sufficiente ad azzerare il problema rifiuti, il risultato finale poi sono cumuli di immondizia ammonticchiati di fronte ogni cassonetto. E questo perché il sistema non funziona: occorrono sbocchi per i rifiuti trattati e differenziati. Sbocchi che sono impianti di smaltimento: o il fuoco (gassificatori, termovalorizzatori, inceneritori) o sotterrarli. In alternativa – ed è esattamente quello che sta facendo Roma da anni – i rifiuti vanno mandato fuori. Fuori città, fuori provincia, fuori regione e, addirittura, fuori Italia. Con la conseguenza di dipendere dai buoni uffici degli altri, siano questi altri Nazioni, Regioni o società. E pagando fior di quattrini.
Il dato sul costo reale emerge dai bilanci del Campidoglio: in una delle ultime delibere approvate in Consiglio comunale, quella sulla Tariffa dei Rifiuti (TaRi), il Comune scrive che per il 2021 il costo del servizio di rimozione dell’immondizia costerà poco meno di 831 milioni di euro l’anno, 802 milioni dei quali saranno coperti dalla TaRi. Nel 2020, la TaRi ammontava a 756 milioni di euro. Il fabbisogno economico da coprire con la Tari, dunque, di tutto il ciclo dei rifiuti romano sale del 5,7%. La TaRi, tuttavia, non aumenta ma solo perché lo Stato ha stanziato 52,8 milioni di euro (8,3 per le famiglie e 44,5 per le aziende) per l’emergenza Covid che, quindi, determinano un saldo finale di 749 milioni di euro e una diminuzione dello 0,9%. Ma è un palliativo che è destinato a scemare non appena finiranno i fondi per il Covid. 
Nel frattempo, mentre la Regione si è impantanata su un Piano Rifiuti basato su discariche non (più) esistenti e comunque inefficienti, il Campidoglio grillino prospetta un’unica soluzione al caos romano: no a qualunque impianto sul territorio comunale e riapertura forzata di ogni possibile discarica sul territorio provinciale più, ovviamente, il noto export rifiuti.
Ama ha presentato in Regione un progetto per ristrutturare l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) di Rocca Cencia, l’ultimo rimastole dopo l’incendio distruttivo di quello al Salario. Il Comune, che si è sempre opposto anche con atti di diffida, ha chiesto alla Regione la Valutazione di Impatto ambientale, nella speranza di dimostrare l’insostenibilità dell’impianto.
E, dopo che per anni i grillini hanno inalberato il vessillo “no alle discariche” la Raggi si muove nel solco della disperazione a emana l’Ordinanza (non ancora efficace) per riaprire la discarica di Albano Laziale chiusa dal 2016 mentre chiede di riaprire Colleferro e Roccasecca. Andare ai seggi elettorali scavalcando cumuli di rifiuti non è il miglior viatico per vincere. 

 

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